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E’ stata una settimana nera per il giornalismo, sia italiano che mondiale. La maggior parte delle persone hanno focalizzato le loro discussioni e si sono indignate per la censura (atto davvero stupido) avvenuta il 4 aprile su una tv iraniana  ai danni della Lupa romana. Peccato, però, che in poco meno di sette giorni sia successo di peggio. Morti, arrestati, attentati sventati, allontanamenti. Una di quelle settimane che a definirla tremenda sembra quasi voler usare un eufemismo. Per far capire bene cosa sia successo affronteremo quattro vicende, ognuna con la sua peculiarità ma unite da un filo conduttore: il pericolo e la poca libertà del giornalismo.

6 aprile: muore Yaser Murtaja

Aveva 30 anni, non era mai uscito dalla Striscia di Gaza ed indossava un giubbotto con la scritta “PRESS” che, in teoria, dovrebbe proteggerti dagli attacchi di personale addestrato e qualificato come sono i cecchini dell’esercito israeliano. Non voglio entrare nei racconti romantici ma rimanere sui fatti: un ragazzo sta cercando di fare il suo lavoro e cioè il fotoreporter. La zona è pericolosa ma lui, da persona intelligente, indossa un indumento che identifica chiaramente il suo ‘ruolo’ in quel momento e in quel luogo. Un ruolo fondamentale: documentare per far sapere cosa succede. Non sono un militare ma suppongo che il soldato che abbia sparato abbia visto sia la sua non poco ingombrante macchina fotografica sia quella chiara scritta PRESS. Lettere impresse che ben conoscono i militi di una nazione che si fregia di essere democratica e che quindi avrebbero dovuto evitare di ‘ingaggiarlo’. Eppure non è stato così. Yaser è stato colpito allo stomaco ed è morto dopo atroci sofferenze. Giustificazioni non ce ne possono essere: non è morto in uno scontro a fuoco, non è morto sotto un bombardamento, non è morto nell’esplosione di un ordigno. E’ stato puntato e sparato. Un pessimo segnale per la ‘democrazia’ israeliana, che non ha fornito neppure giustificazioni o una possibile scusante.

Segnalo che in questo giorno anche il sito anti-bufalebutac.it subisce uno strano sequestro. Fortunatamente risolto, ma solo il 10 aprile.

               7 aprile: Jacopo Iacoboni viene allontanato ad Ivrea

Luogo: Ivrea. Evento: #Sum02. Organizzatore: Associazione Gianroberto Casaleggio. Un giornalista, Jacopo Iacoboni cerca di entrare al meeting. Ha un permesso. Ha il suo tesserino di giornalista. Lavora a “La Stampa” e i grillini lo sanno bene. Jacopo era lì per fare il suo mestiere di giornalista e gli è stato impedito. Le motivazioni? Dopo svariate arrampicate sugli specchi del tipo “posti finiti”, “badge non valido”, è arrivata la verità: “abbiamo l’ordine di non farla entrare“. Si è sentito dire questo da chi gestiva gli ingressi. Il tutto per “ragioni personali“. Colpa di Iacoboni? L’aver fatto articoli di critica, anche aspra, verso il Movimento 5 Stelle e i Casaleggio. Ma, per l’appunto, articoli, come è giusto che sia in democrazia. Un partito, il primo partito italiano per consensi, che si appresta a formare un governo dovrebbe fornire ben altri tipi di esempio. Invece troppo spesso sia le assemblee del Movimento sia tutti i meeting della sfera che circonda il partito (Casaleggio Associati srl) vengono resi territori impervi ai giornalisti e reporter, senza dimenticare le parole verso la stampa del guru Beppe Grillo. Addirittura allontanando, come in questo caso, chi è sgradito. Questo gesto è di una gravità tale che neppure chi è stato sostenitore dei grillini ha potuto fare a meno di criticarlo e condannarlo. Si spera che mai più si verifichi: chi non è disposto alla critica e al far partecipare alle sue attività chi ha un’idea diversa, può essere un garante di democrazia?? Ancora peggio se è vero il fatto che a decidere sia stato Davide Casaleggio: ma lui, a detta di Di Maio, non era lontano dalle decisioni politiche e dai conflitti di interesse? Perché prende decisioni in merito ad eventi politici? E, domanda lecita, dove sono finite le ‘dirette streaming‘?

9 aprile: Condanna di Davide Falcioni

La Tav è un’opera contraddittoria e che meriterebbe sicuramente un approfondimento. Si può essere contrari o favorevoli. Una cosa è certa: guai ad essere contro e scriverne. Lo sa bene Davide Falcioni. giornalista di Fanpage.

I fatti. Nel 2012 Davide segue un gruppo di “No Tav”. Costoro fanno irruzione nella sede della società Geovalsusa. Ne seguirà un articolo a sua firma per “Agoravox“. Ma, secondo il suo difensore, quell’articolo riportava i fatti in una maniera che alla Procura non è piaciuta. Così, il 9 aprile, ha ricevuto la sentenza di condanna a 4 mesi di reclusione per “violazione di domicilio”. Un giornalista che stava lì per documentare senza intervenire, semplicemente per riportare i fatti, ha avuto una condanna. Fosse solo questa sentenza ad essere particolare, si potrebbe pensare ad un eccesso di zelo da parte dei giudici. Peccato che già Roberta Chiroli abbia avuto destino simile. Nel 2013 era in Val di Susa come dottoranda per una ricerca proprio sul Movimento No Tav. Da questa ricerca è nata la sua tesi di dottorato che le ha portato non una lode ma una condanna a due mesi di carcere. Chi volesse approfondire può cercare notizie sul web. Questo fa sospettare una cosa tremenda: non è che a scrivere male della Tav, si rischia il carcere? Qui non si sta parlando di persone le quali abbiano compiuto sabotaggi, atti di violenza, abbiano lanciato pietre o fumogeni. No. Queste due perone stavano documentando, facendo informazione, ricerca. E per aver riportato una visione non in linea con il racconto ufficiale statale, si sono ritrovate condannate.  Con buona pace dell’articolo 21 della Costituzione italiana.

10 aprile: attentato sventato a Paolo Borrometi

 La notizia è del 10 aprile ma riguarda delle intercettazioni svolte a febbraio nei confronti dei mafiosi di Pachino, paesino del profondo sud siciliano. Borrometi non è nuovo alle cronache: già aggredito e minacciato, vive sotto scorta da ben quattro anni proprio per i suoi articoli di denuncia sul sito “laspia.it“, del quale è direttore. Questa volta però dalle semplici minacce si voleva passare ai fatti: killer da Catania, far fare “bum“, e avere un “murticeddu [morto nda] che fa bene ogni tanto”. Queste sono state le parole tra Giuseppe e Simone Vizzini, mafiosi proprio di Pachino, destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare insieme all’altro figlio Andrea. Anche una quarta persona è ricercata. E’ in corso, inoltre, il processo a Salvatore Giuliano e al figlio Simone proprio per le minacce verso il giornalista Borrometi.

Questa volta, fortunatamente, nonostante la situazione dura, è andato tutto per il meglio. Naturalmente ciò che ci si auspica e che Paolo possa tornare ad una vita normale, facendo il suo mestiere in piena tranquillità, senza aver bisogno di una scorta e che Pachino, come tutta la Sicilia, possa finalmente liberarsi da quel cancro che è la mafia.

Per concludere, abbiamo potuto constatare che questi giorni sono stati duri per chi cerca di portare avanti un mestiere necessario. A poco valgono le accuse di chi vorrebbe tutta la categoria assoggettata al potere: i giornalisti scrivono. Se non si è d’accordo si può fare altrettanto. Se si crede di essere stati infamati ci sono i tribunali, i quali però dovrebbero agire in maniera da tutelare chi fa informazione limitandosi a riportare dei fatti e punendo, invece, chi attua delle manifeste ‘macchine del fango‘. Tutto il resto appartiene a nazioni al di fuori del concetto di democrazia.

P.S. si spera in un’indignazione pari se non superiore a quella avuta per le mammelle della Lupa. Altrimenti abbiamo un serio problema

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